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L'economia dell'attenzione e il proletariato digitale 9:52 Lena: Miles, a proposito di questa "produzione costante", mi viene in mente una cosa che ho letto sul "proletariato digitale". Cioè, noi pensiamo ai lavoratori poveri come a quelli che fanno consegne sotto la pioggia, i rider, che tra l'altro nel 2026 sono ancora lì che corrono inseguiti da un algoritmo. Ma la teoria dice che pure io, mentre posto una foto o lascio una recensione, sto lavorando gratis per qualcuno. Ha senso?
10:18 Miles: Hai centrato un punto enorme. È quello che alcuni studiosi chiamano il passaggio al "capitalismo delle piattaforme". In pratica, noi siamo diventati dei "giocattori", un incrocio tra giocatori e lavoratori. Pensa ai social: tu pensi di divertirti, di esprimerti, ma ogni tuo clic, ogni secondo che passi a guardare un video, produce dati. E quei dati sono la materia prima più preziosa del 2026. Fisher diceva che il pop è il punto d'incontro tra prodotto capitalista e percezione collettiva. Ecco, oggi quel punto d'incontro è il tuo smartphone.
10:55 Lena: Quindi, se il servizio è gratis, la merce sono io. Ma detto così sembra quasi un cliché. Se scaviamo un po' di più, c'è una differenza enorme tra me che posto su Instagram e il magazziniere della logistica che viene monitorato al secondo, no? O siamo tutti sulla stessa barca di questo "materialismo gotico"?
11:13 Miles: Guarda, c'è uno studio interessante che divide il proletariato digitale in cerchi concentrici. C'è chi produce direttamente i dati — tipo noi che usiamo le app — e chi produce l'infrastruttura perché quei dati esistano. Pensa ai minatori che estraggono il litio per le batterie o agli operai che assemblano gli iPhone in Asia. Senza di loro, il nostro "mondo immateriale" non esisterebbe. Fisher insisteva su questo: non c'è niente di immateriale nel digitale. C'è un consumo pazzesco di energia, di metalli, di spazio fisico nei server. È un sistema che succhia risorse fisiche e psichiche allo stesso tempo.
11:48 Lena: E qui torniamo ai "working poor", i lavoratori poveri. Ho visto dei dati del 2025: in Italia quasi il 12% di chi lavora è comunque sotto la soglia di povertà. È pazzesco. Lavori 40 ore, magari fai pure gli straordinari, e alla fine del mese non puoi pagarti l'affitto a Milano o a Roma. Il lavoro non è più l'antidoto alla povertà, è solo un modo per restare a galla mentre affondi.
12:13 Miles: Eh sì, è il fallimento del contratto sociale del Novecento. Una volta il lavoro ti dava un'identità e una stabilità. Oggi ti dà solo ansia e precarietà. E la cosa più "fisheriana" è che questa precarietà viene venduta come "flessibilità" e "libertà". Ti dicono: "Sei il capo di te stesso, gestisci il tuo tempo con l'app". Ma la realtà è che sei schiavo di un algoritmo che non puoi nemmeno contestare. È quello che Fisher chiamava "burocrazia digitale": il controllo non è più un capo umano che ti urla addosso, ma un punteggio, una metrica, un feedback che decide se domani mangi o no.
12:50 Lena: Ma allora, Miles, se anche chi ha una laurea e un lavoro "cognitivo" si sente precario e povero, perché non scoppia tutto? Perché restiamo tutti a scrollare i nostri feed invece di arrabbiarci? Forse perché l'economia dell'attenzione ci tiene troppo occupati a desiderare la vita di qualcun altro?
13:07 Miles: Questo è il cuore del realismo capitalista. Il sistema non reprime il tuo desiderio, lo cattura. Fisher diceva che il nostro desiderio è diventato "senza nome" perché non riusciamo più a immaginare qualcosa che non sia un prodotto da acquistare. Siamo così stanchi di produrre dati e valore per le piattaforme che, quando abbiamo dieci minuti liberi, l'unica cosa che riusciamo a fare è consumare altri contenuti "snack", veloci, che non richiedono sforzo ma che ci lasciano ancora più vuoti. È un circolo vizioso: il lavoro ti svuota, il consumo ti anestetizza, e intanto il tempo passa senza che nulla cambi davvero.
13:43 Lena: È come se fossimo in un videogame dove però non puoi mai vincere, puoi solo continuare a giocare per non perdere la posizione. E intanto, fuori dal videogame, ci sono i "lavoratori poveri" reali, quelli della logistica o del servizio alle persone, che tengono in piedi l'impalcatura fisica di questo sogno digitale. Mi sembra che ci sia una frattura enorme tra la narrazione del "progresso AI" e la realtà di milioni di persone che fanno fatica a fare la spesa.
14:11 Miles: C'è un'asimmetria totale. Mentre i profitti delle Big Tech volano grazie all'automazione, il potere d'acquisto della gente comune è fermo da trent'anni. È quello che alcuni chiamano "tecnofeudalesimo". I nuovi signori non possiedono terre, possiedono le piattaforme. E noi siamo i servi della gleba digitali che pagano una decima in dati e attenzione per poter esistere nello spazio pubblico. Fisher aveva visto tutto questo arrivare. Vedeva come il capitale stava "decodificando" ogni spazio di resistenza per trasformarlo in un mercato. Anche la tua ribellione, oggi, rischia di diventare un trend su TikTok che fa guadagnare chi vorresti combattere.